Recensione: Le Rughe del Sorriso - Carmine Abate
Le rughe del sorriso, il nuovo romanzo di Carmine Abate, è disponibile dal 16 ottobre in tutti gli store. Lo scrittore calabrese che ha fatto dell’emigrazione la linea fondante la sua scrittura, ci racconta stavolta un altro aspetto alla base della storia dei nostri giorni: l’immigrazione.
Titolo: Le Rughe del Sorriso
Autore: Carmine Abate
Editore: Mondadori
Genere: Narrativa
Link d'acquisto: In fondo alla pagina
TRAMA
Sahra si muove nel mondo con eleganza e fierezza ed è accesa, sotto il velo, da un sorriso enigmatico, luminoso. È una giovane somala che vive con la cognata Faaduma e la nipotina Maryan nel centro di seconda accoglienza di un paese in Calabria. Finché un giorno sparisce, lasciando tutti sgomenti e increduli. A mettersi sulle sue tracce, "come un investigatore innamorato", è il suo insegnante di italiano, Antonio Cerasa, che mentre la cerca ne ricostruisce la storia segreta e avvincente, drammatica e attualissima: da un villaggio di orfani alla violenza di Mogadiscio, dall'inferno del deserto e delle carceri libiche fino all'accoglienza in Calabria. Anche quando tutti, amici compresi, sembrano voltargli le spalle, Antonio continua con una determinazione incrollabile la sua ricerca di Sahra e di Hassan, il fratello di lei, geologo misteriosamente scomparso.
RECENSIONE
Le storie necessarie ti vengono a trovare quando sono mature come un frutto, reclamano che tu le assapori, anche se sono amare, s’intrufolano dentro di te per coinvolgerti e aspettano la tua versione dei fatti, sapendo che ogni storia cambia a seconda di chi la racconta e di chi l’ascolta.
Non sono rimasta affatto stupita che uno scrittore attualissimo e attento al fenomeno sociale dell’emigrazione - vissuto sulla sua pelle - come Carmine Abate abbia deciso, ne Le rughe del sorriso, di narrare una storia da un punto di vista inverso, seppur con le stesse implicazioni psicologiche da parte di chi la vive: l’immigrazione.
Sahra è una giovane somala, protagonista assoluta del romanzo: viene presentata al lettore attraverso i ricordi e i racconti di chi la ama o di chi fa parte della sua famiglia, poiché il focus centrale della storia è la sua scomparsa, ma il suo sorriso ci accompagna in ogni singola pagina che ci troviamo a sfogliare. Mai come stavolta, ho trovato che l’assenza di un personaggio, che parli di sé attraverso le proprie parole e il proprio punto di vista, sia invece la presenza più costante e pregnante di un intero libro. Tutti la conoscono o quanto meno la ricordano, anche solo per gli occhi luminosi e il bel viso; perché, in effetti, a conoscerla davvero sono in pochi.
Di certo non la conosce come credeva Antonio Cerasa, un giovane professore di italiano che si fa carico delle sue ricerche senza un attimo di tregua combattendo, giorno dopo giorno, contro la perdita della speranza di ritrovarla. A fargli da supporto Faaduma, un’altra giovane somala immigrata in Italia assieme a Sahra. Attraverso le sue parole, Antonio e noi lettori scopriamo dettagli sulla vita della ragazza, sin da quando era una bambina, sperando che questo possa rivelarsi utile per localizzarla. Tutto ciò che è dato sapere è che Sahra è alla ricerca di suo fratello Hassan, che non vede da più di cinque anni.
Attraverso balzi indietro nel tempo e momenti presenti, Carmine Abate ci guida nel dedalo doloroso di strade che si sono aperte e poi richiuse ferocemente in faccia a delle vite appena sbocciate.
La perdita dei genitori prima ancora di realizzare quanto sia bello averli, la crescita in un villaggio somalo sereno grazie a persone magnifiche che si prodigano affinchè piccoli orfani possano crescere sani e felici, imparando cosa vogliono dalla vita e come ottenerlo. Il matrimonio, gli studi all’università di Mogadiscio, gli scontri sporadici con tradizioni e arretratezza di costumi che impediscono alle donne di emergere come credono e agli uomini di sviluppare legami con gli europei, con chi è “altro” da loro.
E poi, l’inferno: la separazione forzata dai propri affetti, essere costretti a emigrare in un paese contro la propria volontà ma per necessità, svolgendo un lavoro sottopagato e vivendo in condizioni al limite dell’umano; le violenze, il viaggio della speranza verso un posto migliore, il fuoco della disperazione domato solo dal desiderio di riunirsi alle proprie famiglie.
E, una volta giunti a destinazione, con la fortuna di essere sopravvissuti e la muta speranza negli occhi, lo scontro con i pregiudizi, con i luoghi comuni, con le dicerie dettate dal timore di ricordare quanto siamo tutti simili, noi esseri umani.
Non avevo dubbi: i migranti ci ricordavano troppo chi eravamo fino a ieri e molti lo volevano dimenticare, prendendosela con persone senza alcuna colpa, se non quella di avere un destino peggiore del nostro.
Carmine Abate affronta la disperazione di chi arriva e la reticenza di chi accoglie con schiettezza e senza moralismi di sorta. Mette in luce aspetti positivi e negativi di ogni essere umano, a prescindere dalla nazionalità e dal colore della pelle.
E ci ricorda, soprattutto a noi calabresi, di quanto ammantarci di frasi come “Noi non siamo razzisti, però i problemi ognuno deve risolverli da solo, macàri al paese suo, e se non è capace peggio per lui…” siano un mero tentativo di scacciare più lontano possibile da noi i ricordi dei nostri familiari emigrati in Nord Italia, in Germania o in America e del loro sentirsi a propria volta inadeguati, non tollerati, con la continua sensazione che commettere uno sbaglio avesse come unica motivazione, da parte degli altri, il paese di provenienza.
Leggendo da tempo Carmine Abate e avendo ben presente la sua personale emigrazione e la mia, ho sposato da anni il suo pensiero di vivere per addizione, anzitutto per star bene con se stessi, prima ancora di calarsi appieno nella nuova cultura e nel nuovo paese in cui si emigra. Sommando quello che ogni posto ci dà, non dimenticando le nostre radici e quelle delle nostre famiglie, prendendo il buono da ognuno di essi, siamo noi per primi ad arricchirci, e di conseguenza arricchiamo anche il posto in cui viviamo e le persone che ci circondano.
"Voi non dovete aspettarvi dagli altri il pesce o la lenza, ma un aiuto per costruirvi la lenza. Un aiuto oggi per essere in grado domani di diventare padroni della vostra vita, autonomi, senza dover chiedere più elemosine a nessuno".
Aderelio, geologo e mentore di Hassan, dona al suo piccolo amico e a noi uno degli insegnamenti più grandi che io abbia mai recepito, un insegnamento che ha un duplice risvolto, come impara anche Hassan sulla propria pelle, assieme agli altri protagonisti del romanzo.
È fondamentale nella vita assumere le basi che ci consentano in seguito di affrontare i problemi, di metterci in gioco, di superare le nostre stesse aspettative imparando a non temere il fallimento, ma anzi ad accettarlo come un passaggio quasi obbligatorio da sperimentare, quale che sia l’ambito in cui avviene. Ma è anche vero che la società in cui viviamo o in cui siamo costretti ad andare a vivere per necessità deve fornire i presupposti affinchè ciascun essere umano possa pescare con la lenza che ha imparato a costruire da piccolo. E questo non può avvenire finchè si specula sul bisogno altrui di lavorare o si è ancora convinti, nel 2018, che il male di una nazione siano i migranti.
A SPASSO CON...
Sahra, Maryan e Faaduma
verso la speranza di un futuro migliore.






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