Viaggi: Bookcity Milano 2018

Come già anticipato venerdì scorso, oggi vi parlerò del secondo personaggio incontrato al Bookcity di Milano, l’evento che – come ha dichiarato il sindaco Giuseppe Sala – tramuta la passione di Milano per i libri e dei libri per Milano in una grande festa diffusa.

Noto a livello mondiale, Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea.
Il 9 ottobre scorso è arrivato in Italia, grazie a Mondadori, il libro Una vita per immagini, scritto dalla sorella del famoso fotoreporter, Bonnie. È una vera e propria biografia per immagini, che ripercorre le sue grandi avventure: “dal rocambolesco viaggio attraverso l'Afghanistan nascosto tra i mujahiddin, al reportage sulla guerra del Golfo del 1991, fino ai capolavori più recenti”.

Nella cornice raccolta del Piccolo Teatro Grassi, nel cuore di Milano, il giornalista Michele Smargiassi ha ripercorso, assieme a Steve e Bonnie, la vita del fotografo che più di ogni altro ha conquistato il mondo con i suoi scatti.


Costante della sua esistenza, nelle retrovie, è sempre stata sua sorella Bonnie: spesso la prima persona a vedere le sue foto, trascorreva anche intere giornate chiusa in biblioteca, a cercare spunti e nuove idee per i viaggi di suo fratello. Buffo come, dopo circa 40 anni di collaborazione, entrambi abbiano ammesso con il sorriso che questo, in Italia, sia stato il primo viaggio compiuto assieme. 

I primi capitoli di Una vita per immagini rappresentano uno scorcio della vita privata di McCurry, mettendo in evidenza come momenti particolarmente dolorosi abbiano forgiato e segnato il fotografo, portandolo a diventare la persona che è oggi. Probabilmente, senza un bagaglio del genere il suo lavoro non sarebbe arrivato a noi così come lo conosciamo.

A 19 anni, il giovane Steve lavorava per un’azienda che si occupava di spedizioni internazionali. Stando molto in contatto con luoghi diversi da quello in cui viveva, seppur solo sulla carta, un giorno decise di compiere il gesto che avrebbe segnato la sua intera vita: dopo essersi preso un anno sabbatico, cominciò a viaggiare per l’Europa.
A poco a poco, maturò in lui la consapevolezza di preferire di gran lunga le immagini ferme rispetto a quelle in movimento. Nonostante gli studi di cinematografia, infatti, il mondo ha conosciuto un McCurry fotografo, e non regista. Scelta dettata da considerazioni oggettive: al suo tempo, quindi non nell’era digitale, la cinematografia era ben più complessa della fotografia, sia perché presupponeva un lavoro di squadra, sia perché più costosa da coltivare anche in termini di strumenti. Se a questo aggiungiamo che lo ispirava maggiormente un lavoro solitario, che gli consentisse di esprimere se stesso senza il tramite di un copione, les jeux sont faits: che fotografia sia.

1979: l’anno in cui McCurry si trovò al momento giusto nel posto giusto. Giusto in termini di lancio per la sua carriera, sbagliato però a causa del feroce contesto della guerra in Afghanistan. Non era che un ragazzo con in testa il turbante dei mujahiddin, in mezzo a persone che non conosceva, con in comune però il terrore e l’ancorarsi al presente. Impossibile pensare al giorno dopo infatti, perché l’unica certezza era quella di poter essere uccisi da un momento all’altro. Nonostante in questa cornice sia avvenuto l’inizio della leggenda di Steve McCurry, egli non si è mai considerato un fotografo di guerra: la paura lo paralizzava e non c’era spazio per nient’altro. 


Proprio all’Afghanistan, però, è legato il suo scatto più iconico, quello che l’ha reso celebre in tutto il mondo: La ragazza afgana. Ironizzando sulla consapevolezza di cosa ci sarà scritto sul suo necrologio, il fotografo ha dichiarato al pubblico presente in sala di non aver mai provato gelosia nei confronti del ritratto di Sharbat Gula: sebbene si tratti di un’immagine sicuramente più famosa di lui, ciò che prova a riguardo è solo gratitudine. L’unico pensiero più amaro legato ad essa è un desiderio rimasto incompiuto: gli sarebbe molto piaciuto che la ragazza avesse avuto la possibilità di capitalizzare di più sullo scatto e sulla fama che ne è derivata. Invece la vita di Sharbat Gula, nonostante le emozioni che ancora oggi non manca di suscitare nel mondo, è stata dura e difficile. E per questo qualsiasi beneficio abbia potuto trarre dalla fotografia, rimasta unica per scelta dell’autore, non può che suscitare gratitudine. Bonnie ha rivelato di conservare un dossier colmo di lettere sul ritratto di Sharbat Gula: scritti provenienti da tutto il mondo, che rivelano quanto importante per loro sia lo sguardo intenso che McCurry ha saputo fissare, per sempre, sulla pellicola.

Dall’Afghanistan all’India: una nazione con un’antichissima tradizione culturale e religiosa, diventata una delle mete fotografiche più ambite oggi proprio grazie agli scatti meravigliosi realizzati da McCurry. Un caos e una commistione di ricchezza e povertà, di suoni continui, di colori sgargianti: l’India avrà sempre un posto privilegiato nel suo cuore. 
E la differenza, oltre che l’evoluzione, rispetto all’Afghanistan emerge anche dal passaggio al colore: dal bianco e nero (forzato, a causa della tecnologia dell’epoca) al mondo così com’è, alla genuinità data proprio dai colori. Questi ultimi diventano fondamentali in alcuni casi - come lo scatto di un monastero tibetano, per il quale i colori sono indispensabili – ma secondari in altri: ciò che conta, alla fine, è l’emozione che si cela dietro una fotografia.

Che sia un reportage o un ritratto, che sia un’azione scontata o un volto fuori dal comune: la bellezza può celarsi ovunque. L’importante è saper cogliere lo straordinario dietro l’ordinario.
E forse è proprio questo – ha rivelato Bonnie – il segreto di Steve McCurry come acchiappasogni: egli è in grado di portarci la bellezza del mondo, mostrandocela come nessun altro fotografo ha fatto nella vita. E ciò solo grazie a un elemento imprescindibile: le emozioni.

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