Recensione: La scatola di cuoio - Gianni Spinelli

Un’insolita favola nera sull’invidia, l’avidità e i più bassi sentimenti umani.

Titolo: La scatola di cuoio
Autore: Gianni Spinelli
Genere: Noir
Editore: Fazi
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TRAMA 

Alla fine degli anni Cinquanta, in un paesino sperduto della Basilicata, un frate maledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore mette su in maniera poco chiara una notevole ricchezza; in più, a casa di don Pantaleo, si sussurra, avvengono cose strane. «Il demonio è più castigato del Provinciale» affermano i suoi compaesani, immaginando che diverse donne “pittate” passino la notte nella sua casa-convento. Finché, un giorno, don Pantaleo viene ritrovato morto, accasciato su una scatola di cuoio. Parte subito un’indagine ma nel frattempo l’eredità del religioso – soldi, case e terreni – finisce nelle mani dell’arcigna donna Marta, moglie di un nipote e a sua volta non più giovanissima. Da qui avrà inizio una sanguinosa battaglia per l’eredità: tra cause intentate dai parenti, in un Sud all’inseguimento del bottino, la vicenda assumerà un carattere grottesco. Tra colpi di scena e agnizioni, in palio il succoso lascito di don Pantaleo, si snoda l’intera trama di questo libro, a metà tra la favola nera e un vero e proprio giallo, finché il mistero legato al testamento si scioglierà in un sorprendente finale che avrà tutto il sapore di una beffa.
Con uno stile ironico e una scrittura brillante, Gianni Spinelli costruisce una storia piena di sorprese in cui l’eco dei grandi classici del genere favolistico, da Barbablù al Canto di Natale, si mescola alla satira di costume per una riflessione in forma di commedia sui sette vizi capitali, con al centro una misteriosissima scatola.

RECENSIONE

"La scatola di cuoio vissuto era sistemata da sempre su un cassettone di legno massiccio nello studio di don Pantaleo, a San Clemente. Dal giorno di Natale del 1968 aveva colpito la fantasia di Antonio Forini, trentasei anni, magro, un po’ curvo, quasi calvo, lenti spesse da miope, strampalato, “un tipo che, fra centomila lire e un portachiavi di metallo, sceglie il portachiavi, senza pensarci due volte"

San Clemente, anni '50. In questo piccolo e sperduto borgo del materano, si consuma un probabile delitto, quello del parroco del luogo, il temuto e rispettato don Pantaleo, la cui fama ambigua e discutibile l'ha sempre preceduto. Il Provinciale, così chiamato da tutti, viveva in una casona, insieme al nipote Giuseppe che lui stesso aveva provveduto ad accasare con donna Marta, un femminone col tuppo di novanta chili, falsa e venale, con un'avidità così smisurata che padre Dante avrebbe sicuramente collocato come capo carovana del girone degli avari.

Don Pantaleo naturalmente come ogni buon prete della sua stessa specie, lascia il mondo terreno con una cospicua eredità, mira di famigliari e non. Ed è proprio intorno al patrimonio del Provinciale, fra colpi di scena e una lotta all'ultimo sangue per l'accaparramento del lascito che ruota tutta la vicenda narrata da Gianni Spinelli. Si comincia con un testamento a favore di Donna Marta e un fasullo accattivarsi la benevolenza di quest'ultima da parte dei suoi fratelli, e si conclude con l'invalidarsi del testamento di Don Pantaleo, non senza risvolti grotteschi e una morale amara e sempre attuale.

Personaggio cruciale della storia è donna Marta, l'emblema dell'avidità e della bassezza umana, la versione in gonnella di Mazzarò, il protagonista della famosa novella verghiana "La roba". Proprio come lui non fa che accumulare ricchezza e l'attaccamento ai beni materiali diventa così forte che si rintana in casa ad accarezzare mobili e a contare soldi. E a cambiare testamenti a favore di una nipote e poi di un'altra e un'altra ancora, insoddisfatta com'è dei comportamenti poco adeguati dei suoi familiari.


"Colpa della cattiva digestione, sognò le nipoti, tutte in fila, che a turno la frustavano, la deridevano e le giravano attorno, ognuna con una candela sottile e lunga, accesa:
 <<Cantavano il de profundis, alla fine, le cornutazze>>, raccontò a Matilde, 
<<Cantavano e mi prendevano in giro. Tutte e cinque, le cornutazze>>"

Donna Marta ha anche un appetito smisurato, è una bigotta doc e ha un solo amico, il notaio Delilli, naturellement! Delilli e la sua ceralacca sono disponibili h24 per ogni minimo cambiamento di volontà della squinternata ereditiera, delle sue bizze e delle sue cattive azioni. Senza ombra di dubbio il ristoro economico gioca un ruolo fondamentale in questo squilibrato rapporto umano.

A far da cornice a questo olio su tela dalle pennellate fosche e comiche, pezzi da novanta come il maresciallo dei carabinieri Perchizzi Michele, tarchiato e coi baffi, un onesto e sfaticato lavoro a servizio dello stato, in giro sulla Fiat Campagnola verde "fatica zero, molti onori: un bilancio da pensione anticipata"; Nicola Belviso, detto "u giurnalist", modesto impiegato comunale con velleità di giornalista d'assalto, sempre a caccia di chissà quale scoop, convivente di sua sorella - da cui scroccava tutto - look da bohemien, capelli lunghi sporchi di forfora e un ego smisurato; i familiari di donna Marta: fratelli smidollati e nipoti dalla tempra troppo morbida per contrastare un carattere ingombrante e prepotente come donna Marta.

E niente, mi sono letteralmente innamorata dello stile ironico e sagace di Gianni Spinelli che mette a nudo una realtà sempre attuale quale quella dei vizi capitali, primo fra tutti quello dell'avidità umana. I particolari di cui arricchisce questo noir gli conferiscono un'atmosfera da commedia all'italiana, catapultandoci in un film in bianco e nero che apre la mente al sorriso e alla riflessione.

Qualunque tipo di lettore voi siate, leggete La scatola di cuoio, non ve ne pentirete sul serio.


A SPASSO CON...
donna Marta


a San Clemente, il piccolo e statico paese del materano in cui la gente mormora sempre




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