Intervista: Gianni Spinelli, autore de "La scatola di cuoio"

È giornalista professionista, già vice caporedattore de «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ha scritto per «Guerin Sportivo», «Il Giorno», «Corriere della Sera», «Avvenire», «Meridiani» e «Geo». Attualmente collabora con «Donna Moderna» ed è editorialista del «Corriere del Mezzogiorno». Fra i suoi libri, Il gol di Platone, Settanta volte donna, Tutta colpa di Eva e Andiamo al Cremlino.

  • Come nasce la trama del “La scatola di cuoio”?
«Nasce da un input casuale. A me piace osservare ed ascoltare, ho tanta curiosità, alla base di chi vuole e deve raccontare storie: il giornalista e lo scrittore, se vogliamo, sono “bracconieri”, rubano qualcosa. Ecco, un tipo mi raccontò di una scatola di cuoio, con dentro un aggeggio strano, una scatola ricevuta in eredità, addirittura scelta, da una zia ricchissima. Aveva avuto una miseria, ma era l’unico erede felice. Felice perché? Per me divenne un’ossessione: il tipo rimase lì, in un angolo della mia mente. Uno scrittore non inventa niente: raccoglie frammenti, li viviseziona e quindi vede personaggi, location, situazioni».

  • Nel libro lei parla di eredità. L’eredità, questa grossa spina nel fianco di familiari e affini, aumenta l’avidità umana oppure l’avidità è fine a se stessa?
«L’avidità, in tutte le sue espressioni, è insita nell’uomo. Ovviamente, non in tutti, per fortuna: un esempio, in questo senso, è il mio Antonio, il padrone contento della scatola. È chiaro che l’avido, quando insegue la ricchezza ed ha di fronte la possibilità di ricevere per testamento case, terreni e soldi, si scatena e matura gli eccessi. L’avidità condiziona l’esistenza in peggio, terribilmente in peggio».

  • Protagonista assoluta della storia è donna Marta, che ha un attaccamento verghiano alla “roba”. Padre Dante l’avrebbe collocata nel IV cerchio dell’inferno, lei invece come la colloca? 
«Donna Marta ha una personalità contorta: avida, senza scrupoli, maniacale, superba, cattiva, capace di ogni azione estrema, arrampicatrice, vendicativa e poi paradossalmente una “non madre” bisognosa di affetti, di eredi avidi come lei… Dante l’avrebbe collocata nel IV Cerchio dell’inferno? Non saprei proprio. Occorerebbe magari di un altro Cerchio extra Padre Dante».
  • Parliamo dell’ambientazione. Cosa l’ha spinto a scegliere il background degli anni ‘50 di un piccolo borgo del materano?
«La Basilicata è una regione bellissima, ma è piena di paesi piccoli, che non sembrano veri, spopolati, con ombre e misteri. Il Materano da sempre ha attratto intellettuali e registi, dal confinato Carlo Levi (Cristo si è fermato ad Eboli) a Pasolini, da Francesco Rosi a Mel Gibson. Matera e i paesi della sua provincia mi hanno dato sempre l’impressione di una natura morta: ho visto i fantasmi di Craco, dove è rimasto un solo abitante, ho fantasticato a Valsinni, rivisitando la storia di Elisabetta Morra, la giovane poetessa uccisa dai fratelli per una relazione proibita. Insomma, questo ambiente, tra il surreale e il reale, tra il c’è e non c’è, mi è sembrato ideale per la mia favola nera, la location in grado di rappresentare i miei personaggi e le mie atmosfere. La scatola di cuoio, nel mio immaginario, poteva stare soltanto a San Clemente, il paese che esiste e non esiste».

  • Il restante parterre dei personaggi della storia, è nutrito e mette in rilievo altro, a parte i vizi capitali, a mio modesto parere, sbaglio?
«È così, non sbaglia. Nel romanzo, sono messi in evidenza problemi del Sud che c’erano in quegli anni e che per certi aspetti si sono acuiti, ossia lo spopolamento, la fuga verso il Nord, l’abbandono dei campi. E poi i collegamenti precari. Anche oggi, nonostante la nuova stazione ferroviaria, il treno, per percorrere il tratto Matera-Bari, 60 chilometri, impiega un’ora e cinquanta minuti. Nella Scatola, inoltre, ci sono la storia, le tradizioni e la raffigurazione corale della vita dei piccoli centri».

  • La sua ironia…  ironica e disarmante ha dato un surplus in più a questo giallo dalle tinte noir che pone l’accento sull’avidità umana. Nelle altre sue precedenti pubblicazioni, invece, parla di corruzione, vanità femminile, manie di protagonismo e del peccato originale. Può dire che il suo è in un certo qual modo un romanzare di denuncia?
«L’ironia è un tratto della mia scrittura. Sì, nei precedenti libri, specie negli ultimi tre, parlo di corruzione (Andiamo al Cremlino), facendo ricorso alla satira. Una “ricetta” ben realizzata anche In tutta colpa di Eva, dove “ospitavo” in terra i grandi del passato per giudicare il mondo di oggi. In Settanta volte donna ho raccontato il pianeta femminile, che mi ha sempre affascinato. Come dice lei, in un certo qual modo, il mio è un romanzare di denuncia».

  • Ho apprezzato moltissimo il suo stile narrativo e mi chiedo quando leggerò il suo prossimo libro. Mi può dare qualche anticipazione?
«Fa piacere il suo apprezzamento, pane per il lavoro dello scrittore. Sto già lavorando al mio prossimo libro che vedrà come protagonista un uomo che comprava il passato. Ovviamente ora sono fermo perché devo spingere La scatola di cuoio, un romanzo in cui credo molto. Sono fermo anche per un testo teatrale, in cui scomodo il Padre Eterno».


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