Recensione: Nomada – Francesca Maria Nespolo
Una protagonista particolare, come la trama della storia e i racconti dei passeggeri che Nomada incontra sul treno TranEuropa e diventano in qualche modo parte del suo percorso interiore. Un romanzo insolito, originale e inconsueto, un vero e proprio viaggio alla ricerca di sé stessi.
Titolo: Nomada
TRAMA
Il treno TransEuropea non contemplava confini di sorta da Reykjavík fino a San Pietroburgo. Girava voce che nei favolosi anni del Novecento il mondo fosse salito a bordo di quel treno per qualcuno in particolare. Dicono che la sua storia fosse incredibile, che fosse nata su quel treno e che da lì non fosse mai scesa. Coccolata da chi si occupava di lei ogni giorno e affascinata dai racconti dei passeggeri che salivano e scendevano dal treno, Nomada è cresciuta fra storie e affetti, presentazioni e addii, in un piccolo universo ferroviario, metafora della vita, e del suo continuo incontrarsi, separarsi e, spesso, ritrovarsi.
RECENSIONE
La filosofia del treno TranEuropa non contemplava confini di sorta da Reykjavík fino a San Pietroburgo. Il suo unico limite era quello di dover seguire le rotaie non poter sconfinare mai, come tutti i treni che si rispettino. Ogni tanto, tuttavia, accadeva che nel suo immenso tragitto sorgessero nuove città, o i fiumi straripassero o le montagne crollassero, e allora migliaia di uomini si arrotolavano le maniche, e senza quasi proferire parole risistemavano le rotaie con un bel po’ di fantasia, tanto che mappare il suo percorso era diventata un’impresa totalmente vana data la celerità del suo modificarsi.
A chi non è mai capitato di viaggiare con la fantasia? Di immaginare luoghi lontani, magari esotici o dal fascino orientale che sembrano materializzarsi davanti ai nostri occhi, come dei piccoli quadri frutto della nostra fervida immaginazione? In questo libro la situazione è alquanto strana e controversa e, come tutte le cose a prima vista apparentemente complicate, può destare una sorta di smarrimento nel lettore. Qui si tratta di viaggiare, sia con la nostra mente che nel senso letterale del termine: la protagonista di questa splendida storia, di nome Nomada, è una viaggiatrice in entrambi i sensi. Mi spiego meglio: lei ha trascorso tutta la vita, dal momento della sua nascita, a viaggiare. E a volare con le ali della fantasia, immaginando un mondo che in realtà non ha mai visto. Affascinante, non è vero?
Il blaterare poliglotta ha influito enormemente sull’apprendimento linguistico di Nomada, e fin dai primi suoni articolati ha una maniera di parlare tutta sua, come se parlasse una lingua inventata ma reale, tanto che è miracolosamente in grado di capire e farsi capire da qualunque passeggero le parli.
La protagonista di questo romanzo è nata a bordo del treno TranEuropa, dove sua madre l’ha messa al mondo molti anni prima sacrificando la sua stessa vita. Orfana di entrambi i genitori, la ragazza cresce con una donna di origini spagnole, Magdalena, dal fascino e dalla personalità misteriosa e al contempo affascinante. Questa donna si prende cura di Nomada come se fosse la sua vera figlia, crescendola a bordo di questo treno che sfreccia a tutta velocità da una stazione all’altra, viaggiando senza sosta. La loro vita scorre così, il loro tempo e le loro storie si intrecciano a quelle di migliaia di passeggeri, che passano di lì solo per un periodo limitato, per raggiungere la prossima stazione alla quale devono scendere. E loro due trascorrono le giornate ascoltando i racconti delle persone che casualmente passano di lì, facendone tesoro e custodendole nel profondo della loro anima, creando così un prezioso ricordo.
Quando canta, invece, è un’altra storia. Si sente dire in giro, e si può giudicare se il commento sia iperbolico o meno solo dopo che si è ascoltata la sua voce, che quando Magdalena canta le leggi fisiche abbandonano il luogo donde la si incontra e pare che altri soli si accostino a illuminare il cielo.
Vorrei spendere due parole proprio sul personaggio di Magdalena e su come viene caratterizzato dalla scrittrice, prima di dedicarmi a quello della protagonista. Come avrete già capito, sono molto “sensibile” in un certo senso al tema del canto e a quello musicale… quando si dice “deformazione professionale”! Ciò che voglio dirvi è che spesso la musica in quanto tale, in special modo il dono del canto, sono talmente immediati dal punto di vista comunicativo che chiunque li ascolti ne rimane incantato. E il fascino di Magdalena agli occhi dei passeggeri del TranEuropa non passa di certo inosservato: la gente che la ascolta ne resta folgorata e non può fare a meno di ammirarla. Ma il dono del canto è solo una parte del suo fascino e della sua incredibile personalità: una donna forte, responsabile, dal cuore grande e generoso, che decide spontaneamente di prendersi cura di un’orfana, pur non avendo quasi nulla da offrirle. Scelta coraggiosa, la sua. Non tutti avrebbero preso questa decisione, molti ne sarebbero stati spaventati e sarebbero fuggiti a gambe levate. Magdalena invece no, lei decide di lottare, per sé stessa e per salvare la piccola Nomada, crescendola con sacrificio e dedizione, come un’amorevole madre, donandole tutto ciò che possiede. Un gesto bellissimo per una bambina davvero speciale.
Nomada è errabonda come i suoi progenitori, e l’unica distinzione sta nei loro piedi, di questi ultimi che marciavano il terreno mentre a lei è toccata solo una limitata pavimentazione. E come tutti i nomadi, anche lei è felice solo nel muoversi.
Ogni persona che si trova a viaggiare su questo treno, nella storia che narra, lascia un pezzettino di sé, che la nostra Nomada raccoglie e custodisce come un piccolo tesoro. Nel frattempo, non potendo attingere ad una vera e propria istruzione, le uniche forme di apprendimento che possiede sono i suoi cinque sensi, attraverso cui assimila e rende propri i racconti della gente, che ascolta con attenzione e crescente entusiasmo. Ha creato una lingua tutta sua, cornice di un mondo altrettanto immaginario, frutto delle storie di passeggeri esuli e temporaneamente sospesi in un viaggio che sembra quasi essere un percorso di vita. Perché chiunque sale su questo treno impara a conoscere sé stesso, a guardarsi dentro, a meditare e a riflettere sull’importanza della propria vita, per poi scendere alla stazione successiva, più ricco di prima e pronto ad affrontare l’impervio percorso della propria esistenza.
A ogni stazione le due vedono la stessa storia, e di quando in quando la vivono anche, com’è oggi con il dottore: c’è il partire, lasciare e ritrovarsi, e poi di nuovo cambiano i personaggi, ma non la trama, e la giostra continua e si ripete inesorabilmente, tanto che pare che il mondo non abbia proprio fantasia, eppure si fa fatica a stancarsi nonostante le pene siano sempre le stesse, i baci pure, e gli addii non di meno, in questo partire, lasciare e, infine, ritrovarsi.
La protagonista di questo splendido romanzo diventa ben presto una donna, sotto gli occhi increduli di Magdalena che continua a prendersi cura di lei e, come qualunque madre che si rispetti, stenta a credere che la propria figlia sia cresciuta così in fretta. Il tempo scorre inesorabile e tiranno, senza voltarsi mai indietro, lasciando un filo di amarezza per gli anni passati. Sul TranEuropa, poi, fluisce in un ritmo tutto suo, incredibilmente particolare, come in nessun altro posto al mondo. È mai possibile che l’idea stessa del tempo ci dia una sensazione di staticità? Di essere sospesi in un limbo, a cavallo tra un momento e un altro? Su questo treno tutto è possibile, bisogna solo viaggiarci dentro per poterlo capire e rendersene pienamente conto. L’idea stessa del viaggio è quella della dinamicità, della velocità. Ebbene sì, a bordo del TranEuropa è proprio questo che si prova: una dinamicità statica, sospesa ma eternamente in movimento, il tempo che scorre veloce per poi fermare la propria corsa nei magnifici racconti dei passeggeri. E queste storie si riflettono negli occhi di Nomada, specchio di un mondo altrettanto bello e meraviglioso, forse anche più di quello reale. E il lettore viaggia allo stesso modo, con la fantasia, in un luogo magico e sospeso, a cavallo tra sogno e realtà.
Nomada scuote la testa, stupita. Che idea balorda, scendere! E come spiegarlo tuttavia a quelli che scendono e salgono, e vivono la vita come deve essere vissuta?
Cosa vi ricorda questa frase? A me fa venire in mente un personaggio davvero singolare, protagonista di uno dei più bei monologhi che abbia mai avuto il piacere di leggere. Avete capito di chi sto parlando? Novecento, un nome che dice tutto. Il pianista del celeberrimo capolavoro di Alessandro Baricco, esattamente come la nostra Nomada, non riesce a scendere dalla nave su cui è nato: il suo universo è costellato interamente di musica e suoni, con cui allieta i passeggeri del transatlantico. I tasti del suo pianoforte sembrano essere infiniti e donano agli ascoltatori un capolavoro di bellezza musicale incomparabile, frutto di un talento grandioso, geniale e spesso incompreso. E la protagonista del nostro romanzo si sente proprio allo stesso modo: incompresa. Fatica a capire gli altri, il loro modo di vedere le cose, perché vive una realtà diversa a bordo del suo treno. Il TranEuropa è come la nave su cui si trova il musicista, una specie di rifugio dal mondo esterno, che entrambi non vogliono e non riescono ad abbandonare. Ce la farà la nostra Nomada a vincere le sue paure e a voler abbracciare finalmente la vita?
Infine, non corrergli dietro; non hai bisogno di sapere ora che cosa farai con il resto della tua vita. Anzi, ti dirò di più, non hai bisogno di scendere dal treno se l’istinto ti si rivolge contro. La scelta è solo tua, buona fortuna amiga.
Il viaggio è da sempre un modo per conoscere meglio sé stessi, per scoprire non solo nuovi posti ma anche per dare uno sguardo dentro di noi, nella nostra anima e renderci conto dell’importanza della vita. Per me viaggiare è anche sinonimo di introspezione, non solo di movimento. E credo che questa mia visione sia condivisa anche dalla scrittrice di questo bellissimo romanzo. Viaggiando abbiamo modo di conoscere il mondo, ma anche di guardarci dentro e ritrovarci. Quante persone hanno deciso di intraprendere un viaggio proprio per questo motivo? Moltissime, ne sono sicura. Immaginate come debba essere vivere sempre così, all’eterna ricerca di qualcosa di nuovo, cercando di costruirsi un quadro immaginario su ciò che realmente si trova al di fuori di quella che è sempre stata la nostra “casa”. Per Nomada, la sua casa è un semplice treno, si muove all’interno delle carrozze ascoltando i racconti dei passeggeri facendoli propri, interiorizzandoli, immaginando la vita all’esterno di quelle vetrate da cui scorre veloce il tempo e la vita stessa.
È proprio questo il bello della nostra protagonista, la sua fervida immaginazione, la sua inarrestabile fantasia e il suo modo particolare di essere “errante” (come dice il suo stesso nome) e al tempo stesso ferma e legata al suo mondo. Lei appartiene soltanto a sé stessa e al TranEuropa, a prescindere dalla scelta che farà, se scenderà o meno da quel treno che l’ha accolta fin da quando era in fasce. La scrittrice, con un linguaggio pulito e a tratti quasi filosofico, riesce a dipingere perfettamente la figura di ogni personaggio, anche solo di passaggio, delineandone il carattere e la personalità in maniera originale ed inconsueta. Un modo nuovo di interpretare la vita, che altro non è se non un semplice viaggio, una grandiosa avventura che ognuno di noi si trova ad affrontare, inseguendo i propri sogni.
Bisogna farsi viaggiatore per poter decifrare le ragioni che hanno spinto tanti a partire; bisogna sedersi e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri nomadi fin dalla notte dei tempi; come hanno fatto l’uno con l’altro.
A SPASSO CON...
Thomas e suo padre Raymond
a bordo del treno TranEuropa, sfrecciando davanti a meravigliosi paesaggi dalla bellezza mozzafiato nel percorso tra Reykjavík a San Pietroburgo.





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