Review Party: La voce del geco - Aldo Boraschi
La voce del geco: un obiettivo, una voce da ascoltare, un desiderio da realizzare per una promessa fatta a sé stesso il giorno del funerale di suo padre. Giusto, vive sui tetti, a cavallo tra sogno e realtà, lontano da un mondo che è troppo crudele e distante dalla sua idea di vita, libera e felice.
Titolo: La voce del Geco
Autore: Aldo Boraschi
Editore: AltreVoci Edizioni
Editore: AltreVoci Edizioni
Genere: Narrativa
Link d'acquisto: IBS
Link d'acquisto: IBS
TRAMA
Giusto è il figlio di un funambolo, abbandonato dai parenti alla morte del padre quando aveva dieci anni. Da quel giorno vive sui tetti. Tutta la sua vita accade sui coppi alla marsigliese di un piccolo quartiere di Lavagna, adottato dai vicini e lasciato libero di essere quello che è. Nel corso degli anni quei tetti diventano un micromondo abitato da personaggi tanto improbabili quanto profondamente reali: la badante Bartola, l'ex professore Adelmo Chiappe, il campione di ciclismo caduto in disgrazia Rosario, don Livio, prevosto di campagna in crisi di vocazione. Un equilibrio perfetto, che solo le vite imperfette sanno creare. Quando arriva Raimonda, però, tutto cambia. Ma perché tutto, veramente, possa cambiare, occorre fare un passo in più: scendere nel mondo.
RECENSIONE
Questo splendido romanzo è un piccolo scrigno prezioso, un gioiello nato dalla sapiente penna di Aldo Boraschi, che merita davvero tanto. Un viaggio sospeso in un limbo, a metà tra sogno e realtà, costellato da stelle brillanti e scintillanti che fanno da cornice a uno splendido paesaggio ligure, pieno di vita e storie da raccontare. Giusto, figlio di un funambolo, cresce circondato da fantasiosi e bizzarri artisti del circo, in una vita che per sua madre non era abbastanza. Rimane orfano all’età di nove anni perché suo padre, ironia della sorte, muore cadendo dalle scale del palazzo di Giustizia dove si era recato per formalizzare il divorzio dalla moglie. La zia declina ogni responsabilità nei suoi confronti, proponendogli come alternativa il collegio. Il ragazzo rimane solo, senza amici o parenti pronti a dargli conforto. Decide così di rifugiarsi sui tetti di un condominio nel cuore di Lavagna, in solitudine, senza voler più mettere piede a terra, in un mondo che con lui era stato tanto crudele e spietato.
È testardo, sai, il dolore. Non si rassegna tanto facilmente a essere messo da parte. Bussa sempre alla porta, quando meno te lo aspetti. È vigliacco, amore mio, ti prende alle spalle, in silenzio, di notte, quando cerchi di dare un nome al buio. Quando tutto è un magma confuso e vorticoso e le pupille rimangono sbarrate.
Giusto è egli stesso un funambolo della vita, sempre in equilibrio precario e instabile tra cielo e terra, sospeso in un universo effimero e inarrivabile per chiunque altro se non per lui stesso. Un piccolo angolino, ritagliato tra i tetti, in cui ripararsi quando ci si sente soli, quando si ha bisogno di riflettere, chi non vorrebbe averlo? Giusto lo ha a portata di mano, anzi, ha deciso di viverci, di costruirsi un rifugio che lo tuteli dalle insidie del mondo e dalla società crudele e spietata che, un tempo lontano, lo ha tagliato fuori. Ma il ragazzo, in realtà, non è mai solo: cresce circondato da personaggi alquanto singolari, che vivono all’interno del palazzo e che si prendono in qualche modo cura di lui come meglio possono. L’unica vita che Giusto conosce è quella sui tetti, dove ogni giorno sembra essere uguale a tutti gli altri, ma che riserva al suo interno infinite sorprese.
Era uno di quei giorni.Sembra abbiano tutti qualcosa da fare, qualcosa di terribilmente urgente. Uno star facendo, che deve aver avuto un inizio e certamente avrà una fine, ma non in quel momento, non ora, non adesso. Poi. Adesso è tutto in corso, i passi leggeri sui coppi sono solo di passaggio. Attraversano le tegole e quei giorni come se non li riguardassero. Passano, soltanto. Non si fermano: quel tetto è un posto di passaggio, un accettabile diversivo al solito tran tran della pedestre realtà. Per Giusto è diverso. Quella è vita, l’unica esistenza che si era creato nel corso degli anni.
Giusto custodisce, all’interno del suo cuore, il desiderio di riuscire ad ascoltare prima o poi la voce del geco. È sicuro che un giorno riuscirà finalmente ad udire quel flebile verso di un animale così piccolo e spesso dimenticato. È un impegno preso con sé stesso, il giorno del funerale di suo padre e, in qualche modo, diventa anche una sorta di promessa nei confronti del genitore, un debito che è deciso a saldare, prima o poi. Su quel tetto, la vita sembra essere così semplice, così lontana dalla confusione della città, dagli ingorghi del traffico, dalle persone che ogni giorno sono tormentate da pensieri e pesanti responsabilità che non gli permettono di godersi la propria esistenza.
Perché la vita è ridicola, ti precede, ti prende per il culo. Succede quando vuole succedere. Rimescola le carte, investendole di una luce imprevista e imprevedibile. Quando le guardi tutto è cambiato. In un batter d’occhio. La vita è come la trama di un tappeto visto da sotto. Non capirai mai e poi mai dove vanno a finire i fili. Non penso nemmeno un attimo a dove porta tutta quella matassa di fili. Non mi importa. Mi metto la maschera e vado avanti. Recitare è un meccanismo di sopravvivenza. Per tutti, anche per me.
Ci vuole coraggio per vivere appieno la vita, non tutti ce l’hanno, non tutti sono adatti a scontrarsi con le innumerevoli difficoltà quotidiane. Giusto decide di proteggersi così, nel suo piccolo mondo, popolato dagli inquilini del condominio, strambi e particolari, ma dal cuore grande e traboccante di affetto nei suoi confronti. E così, alle lezioni di vita che gli riserva l’Esimio, il Professor Adelmo Chiappe, alterna gli insegnamenti di Bartola, che non gli fa mai mancare un piatto caldo o vestiti da indossare per difendersi dal freddo vento di tramontana che spesso soffia sui tetti. Anche Rosario, un ex ciclista professionista, insieme a Don Livio, si prendono cura del ragazzo, facendogli compagnia nella sua triste e silenziosa solitudine. Questa allegra combriccola organizza sempre bellissime cene sul tetto, in cui i commensali si confrontano e, gustando deliziosi piatti cucinati da Bartola, aiutano Giusto a sentirsi meno solo, in un mondo che tanto duramente l’aveva scacciato in passato.
Sono più sicuro, qui, sui tetti. Mi dà come l’impressione che nulla mi possa succedere, che nessuno possa tramare contro di me. Se qualcuno trama, lo farà in qualche cantina o, che ne so, in qualche seminterrato. È dalla notte dei tempi che si dice “tramare sotto”. Qui sono felice e, mentre si mangia, tutti parlano con tutti. Si raccontano storie da cortile e siamo liberi di ridere, quando ci va. Non c’è nessun rancore che spurga dai coppi, nessun retropensiero, nessuna malizia. Si parla perché si ha voglia di parlare. Si ride perché si ha voglia di ridere. Mi sembra quasi che mio padre sia ancora vicino a me. Per me, questa, è una bella vita. Ma non ho rapporto con la bellezza generata dagli uomini giù da questi tetti. Questa vita è bella qui, forse è bella solo qui. Tuttavia non è impossibile che la mia vita sia oggettivamente bella; almeno, non lo si può escludere, amore mio. Ma, bella o brutta, questa è la mia vita; è stata la mia vita sino a ora.Ora, questa cosa mi spiazza, l’amore non lo avevo messo in conto. Ha creato un vuoto nella pienezza della mia giornata. E quel vuoto ha il tuo nome e i tuoi occhi.
Un giorno, inaspettatamente, arriva Raimonda e tutto cambia. Giusto si innamora perdutamente della giovane cameriera dell’Irish Pub, che ha tanto sofferto nella vita a causa degli uomini. Il ragazzo riesce a far breccia nel suo cuore con il suo carattere dolce e silenzioso, con la sua semplicità e col suo modo di essere, così schietto e naturale. Raimonda è rapita dal carisma di Giusto, dal suo modo di guardare il mondo, dall’alto, da un’altra prospettiva. Lei non lo ha mai fatto, è sempre vissuta con i piedi per terra, ancorata ad una famiglia ricca e benestante che forse pretende troppo da lei, legata a una madre con la quale ha uno sterile rapporto fatto di freddi convenevoli e frasi di circostanza. Aldo Boraschi descrive, con un linguaggio curato e immediato, il rapporto che intercorre tra i due innamorati: una storia insolita, complessa, che lega due ragazzi così diversi tra loro eppure così simili, così inaspettatamente uguali. Sono uno lo specchio dell’altro: negli occhi di Giusto si riflette la vita che Raimonda tanto desidera, lontana da tante responsabilità e dall’oppressione tipica della vita di città. Negli occhi di Raimonda, Giusto trova il coraggio che lui stesso non ha mai avuto, la forza di un pensiero che vorrebbe finalmente spingerlo a scendere dai tetti. Complementari e speculari allo stesso tempo, due tessere di un puzzle destinate ad incontrarsi, destinate a stare insieme.
<<No, è qualcosa di più. È una sensazione intima e avvolgente. Delicata. Dentro, certo, c’è anche amore. Ma non è tutto. C’è molto, molto altro.>><<…>><<C’è il presente e il futuro, gran parte del senso della mia vita. Lei per me è l’appartenenza. Perché prima di incontrare lei non appartenevo a nessun luogo, mentre ora appartengo a tutti i luoghi in cui sono con lei.>>
Aldo Boraschi riesce a creare un personaggio singolare, originale, che suscita un’immediata empatia nel lettore. Giusto vive in un mondo meraviglioso, tanto vicino al cielo e alle stelle quanto lontano anni luce dalla crudele realtà che lo circonda. È proprio questo il punto di forza del romanzo: la contrapposizione tra sogno e realtà, tra i tetti in cui vive il protagonista e le strade affollate della città. Il ragazzo si rifiuta di scendere, proprio come il celeberrimo Barone Rampante del romanzo di Italo Calvino. Un personaggio a cavallo tra un moderno Cosimo Piovasco di Rondò e un piccolo “Novecento tra le nuvole”. Sì, proprio così, perché anche il talentuoso pianista, nato dalla penna di Alessandro Baricco, si rifiuta di scendere dalla sua nave e, metaforicamente, dalla sua stessa vita. È per questo che Giusto decide di vivere sui tetti, per sentirsi più vicino ai gechi, al cielo e, allo stesso tempo, anche a suo padre.
<<Devi scendere, figliolo. Devi farlo per Raimonda.>><<Non è facile, ma lo farò, professore. Lo farò, ha la mia parola.>><<Sì, ma presto, però>>, si fermò un attimo, poi riattaccò: <<E ricorda, Giusto: non si parte perché partendo si cambia, ma si parte perché si è cambiati…>>
I romanzi sono lo specchio dell’autore stesso, del suo modo di pensare, del suo personalissimo modo di vedere le cose ed interpretare la realtà. E lo scrittore ci ha donato un piccolo gioiello, un romanzo che vi terrà col fiato sospeso, come un funambolo che cammina in bilico sulla fune e che potrebbe precipitare nel vuoto da un momento all’altro. È come se, in un attimo, il lettore potesse inciampare e cadere dai tetti, in un tripudio di emozioni che lo fanno sentire in bilico tra un mondo onirico e una realtà troppo crudele ed egoista per essere vissuta. Impossibile non innamorarsi dello stile di Aldo Boraschi, del suo modo di mescolare realtà e fantastico in maniera perfetta e ineccepibile. Sembra quasi di essere trasportati in mondo parallelo, in cui tutto è possibile, dove non esistono confini, nemmeno quello tra la vita e la morte. Un romanzo eccellente, consigliatissimo, da leggere assolutamente.





Nessun commento