Blog Tour: Le sarte di Auschwitz - Lucy Adlington

La storia vera delle ragazze sopravvissute all'inferno grazie al loro talento. 

Titolo: Le sarte di Auschwitz
Titolo originale: The Dressmakers of Auschwitz
Autore: Lucy Adlington
Editore: Rizzoli
Genere: Romanzo storico
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TRAMA

Irene, Renée, Bracha, Katka, Hunya, Mimi, Manci, Marta, Olga, Alida, Marilou, Lulu, Baba, Boriška... Durante la fase culminante dello sterminio degli ebrei d'Europa, venticinque giovani internate nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau furono selezionate per disegnare, tagliare e cucire capi d'alta moda destinati alle mogli delle SS del lager e alle dame dell'élite nazista berlinese. Tranne due prigioniere politiche francesi, le ragazze erano tutte ebree dell'Europa orientale, la maggior parte slovacche, giunte al campo con i primi trasporti femminili nel 1942, dopo essere state private di tutto. Trascorrevano le giornate chine sul loro lavoro, in una stanza situata nel seminterrato dell'edificio che ospitava gli uffici amministrativi delle SS. La loro principale cliente era la donna che aveva ideato l'atelier: Hedwig Höss, la moglie del comandante. Il lavoro nel Laboratorio di alta sartoria – così era chiamato il locale – le salvò dalla camera a gas. I legami di amicizia, e in alcuni casi di parentela, che univano le sarte non solo le aiutarono a sopportare le persecuzioni, ma diedero loro anche il coraggio di partecipare alla resistenza interna del lager. Attingendo a diverse fonti, comprese una serie di interviste all'ultima sopravvissuta del gruppo, Lucy Adlington narra la storia di queste donne. Mentre ne segue i destini, intreccia la loro vita personale e professionale all'evoluzione della moda e della condizione femminile dell'epoca e alle varie tappe della politica antiebraica in Germania e nei territori via via occupati dal Terzo Reich. Le sarte di Auschwitz racconta gli orrori del nazismo e dei campi di concentramento da una prospettiva originale e offre uno sguardo inedito su un capitolo poco noto della Seconda guerra mondiale e dell'Olocausto. E allo stesso tempo è un monito a non sottovalutare la banalità del male.


V TAPPA: LE PROTAGONISTE

"Per non dimenticare" è un appuntamento fisso per riportare alle nostre menti quanto di crudele e tremendo è accaduto durante la seconda guerra mondiale per volere di un fanatismo politico e sociale senza precedenti e successori. 

Di storie scritte sull'argomento ce ne sono molte, e ogni anno ne leggo di nuovi, emozionanti e commoventi. Sulla shoah non mancano mai nuove storie, perché man mano che vengono fuori testimonianze e documenti, nascono trame inedite per romanzi ed inchieste giornalistiche.

"Le sarte di Auschwitz" si pone nel mezzo, in quanto racconta, corredata di immagini ed interviste, la storia vera di un gruppo ristretto e appositamente selezionato di donne, che grazie ad ago e filo, e soprattutto ad una forte dose di coraggio, sono riuscite a salvarsi ed attraversare vive il varco del più orrendo quartier generale di torture umane. 
Le cucitrici erano circondate dall’armamentario di una fiorente sartoria per signora. C’erano tutti gli strumenti del mestiere: sui tavoli, metri a nastro arrotolati, forbici e spolette di filo; impilate lì vicino, pezze di stoffa di ogni tipo; sparse intorno, riviste di moda e la carta velina frusciante dei cartamodelli. Accanto alla stanza principale del laboratorio c’era una sala di prova privata per le clienti.
Irene, Renée, Bracha, Katka, Hunya, Mimi, Manci, Marta, Olga, Alida, Marilou, Lulu, Baba, Boriška...non sono dei semplici nomi femminili ma donne che hanno lasciato un segno tangibile con la loro arte di alta sartoria, contrastando il terrore e la crudeltà con abiti confezionati su misura, sfilando sulla passerella delle pareti fredde e piene di sangue e lacrime l'eleganza della resilienza. 

Venticinque donne suppergiù che facevano correre su e giù gli aghi sulla stoffa, accompagnando il lavoro da un chiacchiericcio multilingue in cui si snocciolavano segreti e parlavano di un po' di tutto, trovando anche il modo per scherzare, nonostante tutto. Erano quasi tutte delle ventenni ed ebree, fatta eccezione per due comuniste francesi, la corsetière Alida e la partigiana Marilou, entrambe arrestate per essersi opposte all’occupazione nazista del loro Paese. 

A dirigere le fila di questo gineceo, l'intelligente e capace Marta, che prima di allora aveva già gestito l'atelier di sua proprietà a Bratislava. Aveva una soluzione per tutto, non si perdeva mai d'animo, gestiva le situazioni di crisi meglio di qualunque altra. Per Marta Fuchs - la modista ungherese di buona famiglia il cui sogno era sempre stato quello di diventare una sarta famosa della moda praghese - calma e sangue freddo erano indispensabili se volevano sopravvivere ad Aushwitz. Marta era un asso nel suo campo, ma a nulla valse vincere una borsa di studio a Parigi, la sua stella di David la portò dritta ad Auschwitz. 

Bracha Berkovič era il braccio destro di Marta, anche lei cucitrice ma cecoslovacca, una ragazza semplice di campagna, della Carpazia rurale. Era figlia di una lavandaia e di un genitore sordomuto, aveva altri fratelli e vivevano tutti insieme nella casa dei nonni. Nonostante una vita di stenti, per lei il suo mondo era il paradiso terrestre. Suo padre era un sarto da uomo ed è da lui che ha appreso l'arte, combattendo la sua battaglia affinché imparasse il suo mestiere. La sartoria andava così bene poi che per migliorarsi si trasferirono a Bratislava, dove frequentò la scuola ed è lì che conobbe sia Irene Reichenberg che Renee, con le quali condivise poi il triste destino di Auschwitz. 

Irene Reichenberg era di Bratislava, e viveva spensierata in un tranquillo quartiere ebraico della città, dove i bambini scorrazzavano felici e giocosi. Figlia di un calzolaio e di una casalinga, visse un'infanzia scevra da paure e orrori, condividendo la sua quotidianità con altri coetanei, tra cui l'amica vivace Renée Ungar, con la quale in futuro avrebbe subito le conseguenze dell'antisemitismo. E quella spensieratezza, quel calore familiare le mancherà tantissimo durante la deportazione, ma saranno proprio quei momenti felici a darle la forza per andare avanti. 

Renée Ungar, ebrea, figlia di una casalinga e di un rabbino era anche lei di Bratislava. Dal carattere sfrontato e sbarazzino, seguì un corso di stenografia e contabilità prima di salire su quel maledetto treno. Mentre Irene aveva fatto un corso commerciale e Bracha un corso per segretaria. Volevano tutte e tre fuggire dall'Europa visto il clima di tensione che imperversava, ma non fecero in tempo nemmeno a terminare il corso di studi. Così in segreto appreso l'arte del cucito. 

Irene, Bracha e Renée venivano tutte dallo stesso quartiere, e attraversarono unite con forza e coraggio, il periodo più crudele della storia, insieme a Marta che prima della guerra si era imparentata con Irene in quanto il fratello maggiore di Irene sposò una sorella di Marta. 

Irene, Bracha, Renée, Marta e tutte le altre si salvarono grazie ad ago e filo, grazie a quella sartoria costituita ad Auschwitz da Hedwig Höss, la moglie del comandante, che aveva ideato un atelier per la Berlino bene e le mogli degli ufficiali delle SS.
Venticinque donne in tutto che facevano correre gli aghi sulla stoffa: dentro e fuori; dentro e fuori. In quella stanza avevano dei nomi. Fuori dall’atelier erano soltanto numeri.

Lucy Adlington ha raccontato questa incredibile storia e tutti noi le dobbiamo essere grati per aver portato alla luce testimonianze inedite e di una verità disarmante. 



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