Viaggi: Bookcity Milano 2018

Giunto ormai alla settima edizione, il Bookcity di Milano è ufficialmente un’iniziativa culturale in crescita: circa 1400 eventi sparsi in 354 luoghi della città per almeno quattro giorni consecutivi. Quest’anno, si è tenuto dal 14 al 18 novembre e, rispetto alla prima edizione nel 2012, il pubblico e gli incontri sono più che raddoppiati. 
Dal 2014, ogni anno è diventato per me un appuntamento fisso, e basta passeggiare per il Castello Sforzesco e partecipare anche a uno solo dei numerosi incontri per rendersi conto di quanto la partecipazione cresca di anno in anno. Vedere bambini, adulti e anziani passeggiare per le vie di questa magnifica città con il programma in mano, pronti a organizzare la propria giornata in base alle iniziative a cui si vuole presenziare, è uno spettacolo bellissimo. 
Quest’anno, inoltre, una novità: l’edizione del Bookcity è avvenuta in gemellaggio con la città di Dublino, diventata insieme alla metropoli italiana per eccellenza città creativa UNESCO per la letteratura.


Io ho avuto l’immenso piacere di incontrare due personaggi famosi in modo e a livelli diversi, ma accomunati da una caratteristica: arrivare dritti all’anima del loro pubblico. 

Il primo è lo scrittore Carmine Abate, che ha presentato il suo nuovo libro edito da Mondadori, Le rughe del sorriso, in tutte le librerie dal 16 ottobre scorso. A intervistarlo è stato lo scrittore Silvio Perrella.
Carmine Abate ha una biografia particolare: nato a Carfizzi, una comunità arbëreshë della Calabria, è poi emigrato in Germania, stabilendosi infine in Trentino. Non sorprende dunque che i suoi libri, l’ultimo compreso, abbiano come leit motiv l’emigrazione, vissuta da lui in prima persona. Per chi non lo sapesse, gli arbëreshë sono popolazioni italo-albanesi, discendenti di antiche migrazioni dall’Albania e dalla Grecia alla fine del 400 verso il Sud Italia, per sfuggire alla dominazione ottomana. Dei cento paesi fondati nella parte meridionale della nostra nazione, cinquanta di essi parlano ancora oggi l’arbëreshë, ossia l’albanese antico con un ovvio innesto di parole italiane.

Nel libro – che potremmo definire un romanzo corale - ci sono più lingue, proprio a dimostrazione della somma delle culture di cui tratta (qui la mia recensione). Su tutte, spicca come sempre una lingua mescolata, che è proprio la lingua con cui lo scrittore ascolta le storie che gli vengono raccontate: è la lingua del paese, il noi narrante, che si sforza di parlare con lui (anche lo stesso Abate è uno dei protagonisti) in italiano, non riuscendoci però appieno. Alcune parole in dialetto calabrese, infatti, si impigliano letteralmente nelle pagine e lì vengono lasciate, quasi come fossero esche vive che portano a galla le storie. 
Una nuova lingua fa però capolino ne Le rughe del sorriso: è quella dei somali che stanno apprendendo l’italiano, dando spesso vita a neologismi che acquisiscono uno spessore significativo tutto loro. Tra queste, amorato, che sta ad indicare sia una persona innamorata che l’atto dell’innamoramento. Lo stesso Carmine Abate potrebbe essere definito come un amorato del racconto, e ciò si evince anche dall’epigrafe del romanzo: “Raccontare, raccontare, finchè non muore più nessuno. Mille e una notte, milioni e una notte.” 
Il libro contro la morte di Elias Canetti (da cui è tratta l'epigrafe), scrittore molto caro ad Abate, racchiude il modo che egli ha di concepire la letteratura: necessità di raccontare e illusione che essa possa essere qualcosa che ha potere, addirittura quello di sconfiggere la morte e l’insensatezza che ci ghermisce. In un tempo in cui le parole si sono scollegate dalle cose, il sommo compito degli scrittori è quello di rimetterle in relazione, in quanto le parole sono lo strumento artigliante rispetto alle cose, ma solo se messe in una dimensione affabulatrice rispetto al racconto.

“Non avevo mai visto una folla inferocita. Avanzava con la furia di un’armata di pazzi, rovesciando cassonetti pieni di immondizia e brandendo bastoni, sampietrini, mani minacciose che tagliavano l’aria come coltelli.”

L’incipit, che torna alla fine del libro, mostra come Abate faccia fare il giro alla sua storia. Quasi un narrare come metamorfosi: siamo la stessa cosa ma anche altro, dopo aver fatto delle esperienze. Il narratore che osserva la folla inferocita a inizio romanzo è lo stesso anche alla fine, eppure è anche diverso. 
Anna Maria Ortese nel romanzo Corpo celeste narra del ritorno dalla Libia verso la nostra parte di Mediterraneo quando era bambina come un continuo fissare, da poppa, la scia di schiuma lasciata dalla nave. Una scia sempre uguale però anche diversa, perché pur restando apparentemente identica muta il luogo in cui quella schiuma si trova – quasi una dimostrazione di un qualcosa dove il tempo è un altro. 
La scena della folla inferocita è reale e viene vista dallo stesso Carmine Abate a Roma: gente che urla contro un gruppo di immigrati neri con l’odio negli occhi e, fra coloro che inveiscono e coloro che subiscono, una bella ragazza. Un viso conosciuto, che forse lo scrittore aveva visto nel centro di seconda accoglienza del suo paese, quando ospitava donne e bambini. La ragazza spicca tra tutti perché, alla ferocia della folla, reagisce con un sorriso: l’immagine perfetta che ha dato vita alla sua nuova storia. Il sorriso di Sahra non era di sfida né ironico, ma quasi una richiesta di comprensione, o forse una preghiera. E formava una trama di rughe sottilissime, che hanno indotto Abate a interrogarsi sulla storia dietro di esse: quali dolori, quali sofferenze, quali segreti celava quel sorriso? Il romanzo è proprio un tentativo di trovare risposta a questi interrogativi.

Lo step successivo, com’è facilmente intuibile, è stato domandarsi da dove provenisse la ragazza. E forse la storia regge così bene perché, ne Le rughe del sorriso, è molto credibile la parte somala. La stessa Maana, personaggio cardine del romanzo, è realmente esistita, come lo stesso Aderelio: assieme, infatti, hanno fondato nel 1992 in Somalia il villaggio di Ayuub per tutti gli orfani sopravvissuti al regime del dittatore Mohammed Siad Barre. 
La storia ha preso forma quando Abate, nella scuola in cui insegnava in Trentino, ha sentito il racconto di Maana: era il 1993 e il gemellaggio con alcuni paesi somali l’aveva portata in quella scuola assieme a qualche ragazzino di Ayuub che parlava un po’ di italiano. Fra i bambini somali e quelli della scuola trentina c’era uno scambio costante di lettere e ognuno raccontava all’altro caratteristiche e consuetudini del proprio paese. La domanda più ricorrente dei bambini somali, che è stata anche l’oggetto di un capitolo del libro, era “Com’è fatta la neve? Cosa si prova a toccarla?”


Ad accompagnare Carmine Abate come un mantra, durante la stesura del romanzo, è stata però una citazione dello scrittore Alessandro Leogrande: “Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Sedersi per terra intorno a un fuoco e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri viaggiatori fin dalla notte dei tempi”. Sin dall’emigrazione in Germania, Abate ha tenuto salda la convinzione che il dialogo inteso come conoscenza reciproca sia l’unica arma che possa riuscire a scalfire il muro sempre più alto del razzismo.

Commovente è stata la riflessione su quanto noi, che emigriamo dal Sud verso il Nord Italia o dall’Italia verso l’estero siamo in fondo esuli felici. A differenza dei somali del libro, ad esempio, quando torniamo indietro i nostri luoghi di origine li ritroviamo intatti, o comunque ancora vivi nonostante qualche cambiamento. Loro, invece, emigrando hanno la consapevolezza che il luogo in cui sono nati possa sparire per sempre senza che abbiano modo di rivederlo.
Albert Camus, ne Il mito di Sisifo, piuttosto che riflettere sul supplizio del dover trasportare fino in cima al monte il masso che, rotolando giù, costringe Sisifo a ripetere la fatica, si concentra sul momento della discesa: in quell’attimo lì, sgombro dal peso del masso, seppur con la consapevolezza che dovrà riportarlo in cima, vive comunque un attimo di felicità, anche se raschiata. In quel momento bellissimo, è semplicemente un uomo che cammina con le mani sgombre. Ha trasformato la sua ferita in una feritoia, attraverso la quale godersi gli attimi di serenità. 
Carmine Abate è sceso a patti con la ferita dell’emigrazione in modo similare, con il concetto alla base della sua linea di pensiero: vivere per addizione. E cioè crearsi la felicità prendendo il meglio dei propri mondi e addizionandolo: continuare a sentirsi legati alla terra d’origine, ma allo stesso tempo valorizzare le nuove radici che nascono sotto i piedi, trasformando così la ferita della partenza in una ricchezza umana e culturale. 

A venerdì prossimo con molte curiosità sul secondo personaggio che ho avuto l’onore di incontrare: la leggenda vivente della fotografia Steve McCurry.



Nessun commento